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PAPA’, IL NONNO DOV’E’? Riflessioni intorno al lutto familiare

1 Giugno 2020

Da quando il Nuovo Coronavirus ha fatto l’ingresso nelle nostre vite, molte cose sono cambiate: a partire dalle nostre routine, modificate dallo stare a casa per lungo tempo perdendo il contatto con le nostre relazioni, al bisogno di avere una costante rassicurazione che tutto andrà per il meglio, fino ad arrivare alla gestione del lutto, che ha perso i suoi rituali e si è presentato in maniera forte nella nostra realtà.

Oggi ci domandiamo come stanno i bambini, e come possiamo aiutarli ad affrontare un momento, già difficile di per sé, che ha destabilizzato la vita interiore di molte famiglie. Lo abbiamo chiesto alla Dott.ssa Laura Ferla, psicologa, che ha elaborato insieme all’Equipe del Centro per l’Età Evolutiva di Bergamo, un percorso di supporto per la gestione del lutto in questo delicato momento storico.

Dott.ssa Ferla, come si sente un bambino che ha perso un nonno per Coronavirus?

I bambini che si sono ritrovati in questa situazione sono spiazzati e impreparati. Lo si è normalmente quando viene a mancare un nostro caro, lo si è ancor di più adesso. Il loro vecchio equilibrio viene modificato drammaticamente in modo inatteso: devono imparare a convivere per un significativo periodo con un equilibrio fragile e incerto, in attesa di un nuovo equilibrio mentale. Non si può pretendere che siano “gli stessi” di prima. I genitori e anche i bimbi vorrebbero ricostruire magicamente la situazione precedente, ma ciò è impossibile e li fa sentire impotenti. Ciò che può salvare un bambino in questo momento è il modello genitoriale: se l’adulto riesce a gestire emotivamente l’impotenza davanti a questo evento drammatico, i bambini avranno l’esempio tangibile che il dolore si può tollerare, che non si muore e si può continuare a vivere. Il funzionamento mentale del genitore funge da esempio per il bambino al fine di ricostruire il proprio. 

Nelle ultime settimane però, molti adulti hanno perso un genitore. Cosa possono fare per gestire questo dolore, in modo che non si trasferisca al proprio figlio?

La responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri figli è molto grande perché, come dicevamo sopra, noi siamo i loro modelli. Inoltre possiamo essere consapevoli di alcuni meccanismi che possono innescarsi nelle relazioni familiari. Ad esempio, se un bambino sente che il papà o la mamma soffrono, oltre ad essere triste a sua volta, può cercare di farsi carico della loro infelicità, tentando di guarirla. In questo modo, però, investe le sue risorse sui genitori e non sul suo progetto di crescita. Inoltre, spesso accade che il bambino non ponga domande e il genitore pensi che non abbia capito ciò che sta accadendo attorno a lui; ciò che in realtà succede è che il bambino non fa domande per non dare un ulteriore dispiacere all’adulto e perché ha paura di farlo soffrire.

Per affrontare il proprio dolore “adulto” è bene poterne parlare con qualcuno che sentiamo particolarmente vicino in questo momento: qualcuno che ha vissuto lo stesso dolore ma anche qualcuno che avvertiamo come rassicurante, che manifesti una forza d’animo contagiosa che possa rasserenare il nostro vissuto. Non dobbiamo né nascondere né sentirci in difetto se la tristezza a volte è tanta: le lacrime hanno un potere liberatorio, è bene saperlo. E i bambini che ci vedono tristi possono comprendere realmente ciò che stiamo vivendo. Quando il dolore ci appare insostenibile è possibile ricorrere a un aiuto esterno, al supporto di uno specialista, o a un gruppo di persone che hanno vissuto la medesima esperienza.

Cosa può fare un genitore per affrontare al meglio questo momento col proprio figlio, oltre a lavorare su di sé?

La prima cosa da fare, è parlare con il bambino in tutta sincerità, soprattutto perché ciò che non viene detto potrebbe essere mal interpretato e ingigantito. I bambini, alle domande senza risposta da parte dei genitori, danno delle proprie risposte che possono essere molto gravi e lontane dalla realtà. Bisogna fare attenzione anche al linguaggio utilizzato: non deve essere specialistico, ma colloquiale, il linguaggio della quotidianità entro la quale è avvenuta l’esperienza vissuta. Si tratta, pur essendo un linguaggio tra adulto e bambino, di un “linguaggio tra pari” perché coinvolge due persone che si confrontano con lo stesso limite della vita: il limite di non avere più contatti con una persona molto importante. Un limite doloroso per entrambi, che fa confrontare con emozioni altrettanto dolorose tra cui creare un ponte degno di una comunicazione vera.

Il passaggio successivo è raccontare al bambino aneddoti di vita vera vissuta dal nonno: ciò permette di tenerlo in qualche modo vivo nel proprio cuore, aiuta genitore e bambino a fare ordine dentro di sé, a dare parola a ciò che è ancora confuso o, peggio ancora, silenzioso e congelato. Anche i ricordi belli passati insieme, se pur densi di malinconia, permettono di tenere stretto a sé ciò che di dolce si è vissuto insieme. Sono i buoni ricordi che, emergendo a poco a poco, possono cominciare a rendere possibile un nuovo modo di stare al mondo.

Possiamo accompagnare i bambini a rappresentare i momenti più belli in un disegno, possiamo scrivere una lettera al nonno in cui gli comunichiamo tutta la nostra tristezza ma anche tutto l’amore che proviamo ancora nei suoi confronti e, quando saremo pronti, potremo portare al cimitero tutto questo.
 

Cosa può aiutare un bambino a superare veramente un lutto?

Per prima cosa, un bambino ha bisogno di una mamma o un papà con cui piangere, che divida con lui il suo dolore, ma che poi sia anche capace di farlo ridere, giocare, abbracciarlo. Ha bisogno di ricevere dal genitore la conferma di avere avuto un grande nonno per le sue gesta raccontate negli aneddoti di ricordi. Ha bisogno di non essere compatito ma di sentirsi forte e valorizzato; ha bisogno di coetanei sensibili che possano comprendere lo stato d’animo di un bambino in lutto; ha bisogno di avere intorno una rete di supporto, che assorba anche un po’ del dolore dei genitori, in modo da non sentirlo trasferito su se stesso.

Se, come genitori, avvertiamo che la nostra elaborazione del lutto o quella dei nostri figli è particolarmente difficoltosa in uno di questi punti, possiamo chiedere un aiuto affinché questo processo possa continuare a fluire.

Presso il Centro per l’Età Evolutiva offriamo un sostegno alle famiglie che stanno attraversando un periodo difficile per la perdita di una persona cara: lo abbiamo pensato in piccolo gruppo perché la condivisione con persone che hanno vissuto esperienze simili alle nostre talvolta alleggerisce il carico emotivo. Ognuno lavorerà con la propria storia e le proprie emozioni, ma il gruppo darà la forza di superare un momento critico che spesso ci lascia inermi e sopraffatti.

Nel gruppo “Un saluto per i nostri nonni”, i bambini partono dalle radici della propria famiglia e dai ricordi felici per rielaborare insieme, attraverso storie e disegni, la perdita di una delle persone più importanti della loro vita. Nel gruppo “Un saluto per i nostri genitori” gli adulti possono intraprendere un simile percorso che li porti a intravvedere la speranza dietro a un orizzonte grigio di tristezza. In entrambi i gruppi, il valore aggiunto è dato dal confronto con persone che stanno vivendo la stessa difficoltà e che arricchiscono, con le loro emozioni e i loro pensieri, il vissuto di tutti.